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Tassi bassi e poca fiducia: perché il dollaro è sempre più debole

Dai massimi di marzo la valuta Usa ha perso il 10% del suo valore. Ne escono vincitrici le monete forti come euro, sterlina e yen. Tuttavia, secondo un report di Moneyfarm, il biglietto verde non perde il suo appeal come asset di riserva

Il dollaro è sempre più debole. Lo conferma la performance del dollar index, che traccia la performance del biglietto verde rispetto alle altre dieci valute più importanti, in calo del 10% dal punto di massimo toccato a marzo. Il dollaro si sta indebolendo rispetto alle tre principali divise concorrenti: l’euro ha superato in mattinata il valore di 1,19 (+0,32%), la sterlina britannica è sopra 1,31 (+0,57%), e la moneta americana perde terreno anche sullo yen giapponese (-0,4% a 105,57, dopo che per alcuni giorni era stata sopra al valore di 106).

Una dinamica che si riflette sulle scelte degli investitori, che se hanno investimenti in dollari possono vedere parte del loro valore diminuire, e sull’andamento dei mercati, come segnala in un report Roberto Rossignoli, portfolio manager di Moneyfarm. “Il dollaro è la valuta di riserva a livello mondiale”, dice l’esperto, “e come tale è anche la più scambiata nei mercati”. I fattori che influenzano l’andamento del biglietto verde sono quindi “riconducibili alla fiducia globale dell’egemonia statunitense”, e questo permette alla Fed e al governo di adottare politiche significative “senza intaccare il valore della moneta in modo eccessivo”.

Perché quindi il dollaro si è indebolito? Il portfolio manager individua alcuni fattori chiave. Primo, la decisione della Fed di lasciare i tassi invariati a un livello vicino allo zero, dichiarando anche che la base monetaria sarà ampliata, se fosse necessario, per risolvere la crisi provocata dalla pandemia di Covid-19. Secondo, il nuovo pacchetto di stimoli discusso in questi giorni (tra alti e bassi circa l’esito dei dialoghi tra Democratici e Repubblicani) all’interno del Congresso, che dovrebbe valere 1.500 miliardi di dollari. Terzo, la percezione, confermata anche dal vistoso aumento di casi di Coronavirus negli Usa (5,44 milioni di contagi e 170 mila morti), che la crisi è ben lontana da una soluzione.

Di solito, a trarre vantaggio da un simile scenario dovrebbero essere le valute dei Paesi emergenti. Non questa volta. “Sembra che il dollaro”, prosegue Rossignoli, “si sia indebolito soprattutto a spese di altre valute forti” come appunto l’euro, lo yen, la sterlina e il franco svizzero. Su una potenziale ripresa del biglietto verde peseranno la “resilienza mostrata dall’economia americana, che probabilmente si avvia verso una ripresa più veloce nel 2021”, e il fatto che il dollaro resta comunque la valuta di riserva di riferimento.

Senza contare, evidenzia il report, che “il dollaro storicamente è stato molto valutato negli ultimi anni, e un riposizionamento più favorevole all’euro non sarebbe innaturale”. Non solo, la stessa amministrazione Usa potrebbe volerlo, per favorire la competitività delle aziende ed equilibrare la bilancia commerciale del Paese.

Infine, l’esperto di Moneyfarm dedica una parte del suo commento ai bilanci del secondo trimestre delle principali aziende, che hanno registrato crolli significativi delle vendite (-11,6%) e degli utili (-9,4%), ma con un effetto “sorpresa” (differenza fra il dato effettivo e il consenso degli analisti), positivo per l’1,3% (21,8% per quanto riguarda gli utili). Un segnale robusto, tanto più in Europa, dove la sorpresa sugli utili è stata del 31%, “anche se il calo assoluto degli utili su base annua (-28,5%)”, conclude Rossignoli, “è molto maggiore che negli Usa”.

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